La sentinella interiore

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Molti uomini gay crescono sviluppando un’abilità silenziosa: leggere l’ambiente. Misurare quanto mostrare, quando tacere, come non disturbare, in quale gesto si gioca la sicurezza. È una vigilanza sottile, appresa presto, quasi sempre necessaria. Il problema non è che esista. Il problema è che, con gli anni, smette di spegnersi: la sentinella che ha cominciato proteggendo da fuori finisce installata dentro.

Una vigilanza che è cominciata fuori

Diciamolo senza giri di parole: questa vigilanza non è paranoia. Nasce da un pericolo reale. In contesti ostili —una famiglia, una scuola, un paese— anticipare il rifiuto è una difesa intelligente, a volte imprescindibile. Il bambino che impara a nascondersi non è malato; sta sopravvivendo. Riconoscerlo così importa, perché toglie la colpa a un meccanismo che, alla sua origine, ha protetto.

Quando la guardia resta

Ma la guardia non sempre capisce che il pericolo è passato. Anche se l’ambiente cambia —anche se non c’è più una minaccia—, la vigilanza continua a operare, ora da dentro. Diventa un occhio proprio che valuta ogni gesto: «questo non mostrarlo», «così no», «penseranno». Il «che cosa diranno», che all’inizio era una voce estranea, si interiorizza fino a suonare come propria. E allora ci si censura da soli, si anticipa un rifiuto che forse ormai nessuno produrrà, e si vive correggendosi davanti a un tribunale che non è più nella stanza.

Il costo

Questa sentinella si fa pagare. Stanca —stare in allerta tutto il tempo sfianca. Stringe il petto, ruba il sonno, traveste da ansia ciò che è, in fondo, un’esigenza verso di sé senza tregua. E soprattutto, rende difficile la cosa più intima: è difficile lasciarsi vedere davvero da un altro quando una parte continua a montare la guardia. Il legame chiede di abbassare la vigilanza, e la guardia non lo permette.

Distinguere la voce

Il lavoro non è diventare imprudenti né negare che, a volte, la prudenza serva ancora. È più sottile: imparare a distinguere quando la voce avverte di un pericolo reale e quando ripete soltanto una vecchia paura. Dare un nome alla sentinella, rintracciare da dove ha preso il suo tono —di chi è quella voce—, e constatare, a poco a poco, che ci si può mostrare di più senza che il mondo crolli. Non è rapido né c’è formula; è un lavoro di elaborazione. Ma man mano che la voce diventa riconoscibile, smette di comandare alla cieca.

Distinguere la sentinella da se stessi è, forse, uno dei compiti più liberatori di questo processo. Non si tratta di cacciarla —le dobbiamo qualcosa—, ma di darle il cambio da un turno che non serve più. E in quel margine che si apre, si può finalmente cominciare ad abitare una vita meno sorvegliata e più propria.

Carlos Hernán Arango Botero — Psicologo

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