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Quasi nessuno arriva in consultazione dicendo «vengo a rivedere la mia storia». Si arriva prima: per una crisi d’angoscia che non avvisa, un’insonnia che si è installata, una sensazione di sovraccarico che non cede più. L’angoscia bussa alla porta —a volte la sfonda— e la prima cosa che si chiede, a ragione, è che si fermi. Senza togliere urgenza a questo sollievo, vorrei proporre una seconda lettura: l’angoscia non è solo un guasto da mettere a tacere. È anche un messaggio.
Il sintomo non è il nemico
C’è un riflesso comprensibile: trattare il sintomo come un intruso, qualcosa da spegnere il prima possibile. E a volte il sollievo è necessario e persino urgente —l’accompagnamento medico, quando è il caso, è parte legittima della cura. Ma se il lavoro si ferma lì, si perde qualcosa. Perché il sintomo non compare a caso: si installa proprio dove qualcosa preme. L’angoscia non viene a rovinare la vita; viene a segnalare un punto in cui la vita, così com’era organizzata, ha cessato di reggersi.
L’angoscia come bussola
A differenza di altri affetti, l’angoscia non ha sempre un oggetto chiaro. Non si teme qualcosa di preciso; ci si trova davanti a un bordo. Per questo sconcerta. Ma proprio questo sconcerto è informativo: l’angoscia tende ad accendersi vicino a una verità che preme per farsi dire, e che ancora non trova parole. Segna il confine di ciò che non si è potuto pensare. Letta così, cessa di essere solo tormento e comincia a funzionare come una bussola: indica, senza ancora nominarlo, ciò che chiede di essere guardato.
Perché compare adesso
Raramente il momento è casuale. La crisi tende ad arrivare su una soglia —una relazione che finisce, un trasloco, una nuova esigenza, un traguardo che, invece di calmare, inquieta. Sono punti in cui il copione di sempre non basta più, e il corpo, che non mente, lo annuncia prima delle parole. «Adesso» non è un brutto momento: è il momento in cui qualcosa, finalmente, è diventato impossibile da continuare a ignorare.
Ascoltare, non solo tacere
Il lavoro, allora, non consiste solo nel mettere a tacere il sintomo —benché il sollievo importi e sia benvenuto—, ma nell’ascoltare ciò che nomina. È un processo lento e senza formule: si dà spazio a ciò che l’angoscia costeggia, si riconosce da che cosa protegge e che cosa impedisce, e a poco a poco ciò che appariva come puro malessere comincia a potersi dire. Non prometto che l’angoscia scompaia del tutto né da un giorno all’altro; sarebbe disonesto. Prometto, semmai, che può cessare di essere un nemico muto per diventare qualcosa di leggibile.
Quando l’angoscia bussa alla porta, la prima cosa è capire che non è venuta a distruggere: è venuta ad avvisare. E dare ascolto a quell’avviso —con tempo, con serietà, senza giudizio— è ciò che permette di passare dal soffrire un sintomo che non si comprende, all’abitare una vita che, finalmente, comincia a farsi propria.
Carlos Hernán Arango Botero — Psicologo